martedì 27 ottobre 2015

WOMAN di Patrizia Pepe piace solo allo IAP. #ImnotPatrizia

Riporto e sottoscrivo con piacere la lettera inviata ieri allo IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria) da una collega, Annamaria Arlotta, che attivamente e costantemente si batte per il blocco degli spot sessisti, soprattutto tramite la pagina Facebook "La pubblicità sessista offende tutti".
La lettera nasce in reazione alla alquanto insoddisfacente risposta dello IAP relativamente alla nuova pubblicità di Patrizia Pepe.

Spett. Iap,
avete replicato ad alcune nostre segnalazioni del video sessista di Patrizia Pepe “Woman” affermando che per voi è accettabile e non da censurare.


Ci domandiamo se forse, mentre lo guardavate, non avete fatto caso alla sequela di messaggi in stile Anni ’50 che contiene. Avete letto i sottotitoli, che dicono:
Posso lucidare questa casa/e farla splendere come una monetina/ nutrire un figlio/ oliare l’auto/ e incipriarmi il naso/allo stesso tempo. 
Vestirmi a punto/ fare le 4 del mattino/e poi addormentarmi alle 5/alzarmi alle 6/ e ricominciare da capo. Perché sono una donna/ ricordatelo. 
Se sei malato/ti farò stare bene/ se ti senti maledetto/spezzerò l’incantesimo
Se sei affamato/ti prenderò per la gola/ Se è l’amore che cerchi/ ti bacerò/ fino a farti tremare.
Dunque: pulire, farsi bella, essere stoica, curare, rassicurare, nutrire, offrire sesso ma SOLO se è l’amore che lui cerca. E se un giorno questa donna avesse, che so, l’influenza, andrebbe bene che l’uomo si arrabbiasse con lei per non essere al suo completo servizio come gli altri giorni? Brrr. 
Tornando al contenuto del video, per la Pepe essere in quel modo significa essere una vera donna: mestieri di casa, cura dell’uomo e una certa dose di autolesionismo. Wow, che messaggio in perfetta sintonia con la Convenzione di Istanbul contro gli stereotipi alla quale lo Iap ha aderito!
L’operazione della Pepe, che si avvale di inquadrature moderne, musica accattivante, cucine tecnologiche di altissimo costo, ragazze magre, ben vestite e dinamiche, è la peggiore manipolazione che abbiamo mai visto. Un’operazione subdola che serve a nascondere il messaggio sessista che serve loro a spingere le donne ad acquistare i loro prodotti.
Lo Iap non si è accorto di questo? 
Avete pubblicato un intero Quaderno dedicato al trattamento della figura femminile in pubblicità, ma al momento sembra che per sessismo voi intendiate più che altro la volgarità, come mostrate anche nei manifesti che illustrano al pubblico il vostro operato.
La volgarità è solo l’aspetto più facile da decifrare del sessismo.
 
Dopo decenni in cui vi occupate del fenomeno ci sembra che avreste dovuto già andare oltre l’ovvio e comprendere, ad esempio, che nel caso del video “Woman” ci troviamo di fronte a un imbroglio molto ben congegnato. 
Probabilmente vi ricordate le vecchie réclame della Pepe, con lo slogan “Who is Patrizia?”


Patrizia quindi è un manichino anonimo col volto coperto da oggetti ridicoli. La donna è umiliata. Con questa vi chiediamo di riaprire il caso Patrizia Pepe alla luce di quanto abbiamo scritto.  
Terminiamo preannunciando che poiché il Vs. Istituto è l’unico con la facoltà di monitorare e censurare le pubblicità sessiste, cosa che dite di impegnarvi a fare, ma che noi non consideriamo messa in pratica con sufficiente frequenza, è nostra intenzione scrivervi spesso per sollecitare un vostro urgente cambio di passo. 
Avete risposto a un’iscritta che protestava per telefono che eravate stanchi di lamentele. Non si tratta di lamentele ma di proteste che richiedono una risposta ben precisa.
In attesa di una Vs. risposta inviamo distinti saluti.



martedì 28 ottobre 2014

Il femminicidio per gli italiani: tutta colpa di razza e cultura straniere.

E' domenica sera quando si registra l'ennesima violenza nei confronti di una donna. Questa volta si parla della mia città, Catania, e di una ragazza prossima alla mia età, Veronica, 30 anni, uccisa dall'ex fidanzato nella sua macchina.
Dire che fatti del genere generano orrore, rabbia e paura, è una cosa scontata. Sarei l'ennesima persona a gridare contro l'ennesimo femminicidio, contro la mancanza delle istituzioni, di leggi adeguate, di mancati finanziamenti verso centri preposti a che questo non accada.
Quello di cui voglio parlare, infatti, non è tanto il fatto (purtroppo) compiuto, quanto le origini dello stesso.

Perché dire che Veronica è stata uccisa da un senegalese non aiuta.
Perché dire che tante ragazze sbagliano scegliendo di stare con ragazzi di colore non aiuta.
Perché dire che questa violenza ce la siamo cercata, non ascoltando lo #stopimmigrazione, l'emergenza ebola, e non rimandando i barconi indietro, non aiuta.
Perché dire che "moglie e buoi dei paesi tuoi" è meglio, non aiuta.























Tutto questo non aiuta perché sposta l'attenzione al problema.
Il problema per cui una donna ha la probabilità di morire non solo per tumori, incidenti, malattie, ma anche per mano del proprio partner o ex. E ciò a prescindere da pelle, razza o cultura.
E' degno di rilievo il progetto della Casa delle donne di Bologna, stopfemminicidio.it: "Impara a conoscere il fenomeno per poterlo combattere".
Forse dobbiamo ricordarci che i casi di femminicidio sono 1036.
Che su 1036 casi, 774 hanno avuto come autore un uomo di nazionalità italiana.
E che, quindi, il 75% delle donne uccise ha avuto un assassino italiano.
Ma questa è una notizia che ormai ci aspettiamo e che, per tal motivo, ci lascia indifferenti, mentre ascoltiamo il tg a tavola, di fronte ad un bel piatto di pasta.


Vi siete mai chiesti, voi italiani di qualunque genere, cosa fate personalmente, nel vostro quotidiano, perché questo non accada?
Vi siete mai chiesti cosa pensate delle donne?
Troppo emancipate economicamente? Troppo emancipate sessualmente?

Perché usare Facebook per fare i social-moralisti, postando frasi strappalacrime in bacheca, è alquanto inutile se poi vi fate due risate con stereotipi del genere:



Come è alquanto inutile, oltre che patetico, cavalcare l'onda della popolarità di un fatto, creando un proprio video su Facebook dove ci si sistema la chioma e si implora di essere condivisi.
"Per Veronica, perché nel 2014 non possono esistere queste cose". Ma solo nel 2014.




E' vero, in fondo, è soltanto tutta colpa di un negro.




venerdì 24 ottobre 2014

I giovani d'oggi e il precariato emotivo: è davvero tutta colpa della crisi?

Se il futuro dei giovani d'oggi è incerto, una cosa può esser detta: i giovani non amano più.
Almeno, non liberamente.

La questione non si riduce alla ragione, seppur valida, per cui a maggiore condivisione telematica sta corrispondendo una minore compassione umana. Se è vero che la facilità di acquisire maggiori informazioni sugli altri ci ha reso diametralmente più indifferenti agli stessi, è vero anche che si è persa l'empatia nei confronti delle persone che ti trovi accanto da tempo, e non solo verso quelle dall'altra parte dello schermo.


E' tutta colpa, allora, del modus comunicandi della nostra era? Io non credo.
Più del pettegolezzo di Facebook, del cinguettio di Twitter, dell'egocentrismo di Instagram, una cosa sta profondamente cambiando i giovani nei loro rapporti sociali: la disoccupazione.
Ci hanno insegnato che il lavoro nobilita l'uomo e che compiere il lavoro che si ama è la migliore approssimazione di felicità sulla terra.
Ma cosa succede quando manca? Può il lavoro definire tutto ciò chi siamo?

Una recente indagine del sito "It's just a lunch", riportata dall'Huffington Post, mostra che se il 75% delle donne intervistate probabilmente non uscirebbe con un uomo che non lavora, la maggior parte degli uomini avrebbe difficoltà ad intraprendere una relazione seria in mancanza di una propria stabilità economica.
La donna vorrebbe accanto un uomo che sappia mantenerla e dimostrare impegno verso qualcosa, l'uomo non potrebbe mostrarsi vulnerabile di fronte ad una situazione di bisogno.
Lo spot dell'ultimo profumo col famoso attore di turno ci dice "Rimani concentrato. Sii uomo. Un uomo di successo. L'uomo di oggi."
Non costituisce tutto ciò un grande stereotipo? Si. Ma è reale.


E' antica quanto i dinosauri la creanza per cui un uomo non è abbastanza virile o forte se non ha un lavoro, se non lo ha di successo o se non è capace di prendersi cura economicamente della famiglia.
Quanto questo può influire, in termini di ansie, paure e responsabilità per un uomo disoccupato o precario?
Non è una esagerazione parlare di precariato emotivo. Alcuni psicoanalisti la chiamano addirittura anoressia sentimentale.
Il tempo di crisi diventa una ragione accettabile di egoismo ed individualismo, per cui se non si è "felici" lavoratori, non si può essere impegnati sentimentalmente. Insomma, l'uno esclude l'altro.  
Ecco che essere single diventa una comodità, una condizione di convenienza contro le troppe aspettative del compagno/a. Come se un lavoro non sia fatto delle stesse capacità di team building, di flessibilità costruttiva, di dialogo ed ascolto, che dovrebbero esistere all'interno di una coppia.
Come se spostarsi da un Paese all'altro porti a cambiamenti drastici di valori e sentimenti. Solitamente ciò che cambia è solo la gabbia, respirando lo stesso conformismo sotto lo stesso cielo.
Insomma, mantenere una relazione a lungo termine, potrebbe rivelarsi un impegno troppo grande, a dispetto degli ipotetici trasferimenti, traslochi, stage non retribuiti, programmi Erasmus Plus, scambi internazionali.
Insomma giovani, è davvero tutta colpa della crisi?


Ne parla bene Alessia Bottone, con una laurea, un blog, tanti stage sulle spalle, nel suo libro "Amore ai tempi dello stage. Manuale di sopravvivenza per coppie di precari", che spiega come la figura pericolosa dell'amante sia stata sostituita da quella della "Crisi".
"E' la crisi il terzo nella coppia, l'elemento che decide se è il caso o meno di continuare la storia." 

 Anche il palermitano Walter Giannò, nel suo libro "Amore precario", evidenzia in maniera tragicomica le spaventose dinamiche del precariato in cui si imbattono  i giovani d’oggi, nell’impossibilità di coltivare serenamente un futuro in una società arrugginita, malata.


Forse il detto "due cuori e una capanna" è eccessivo, ma è diventato così patetico/utopico credere nell'esistenza di persone che, nonostante le difficoltà, riescano a sorriderti gridando "Buongiorno principessa"?
Perchè se la vita è precaria non è detto che debbano esserlo anche le relazioni.


venerdì 25 luglio 2014

Prova costume e "size discrimination"? Stay calm and put a #fatkini on your body.

Il fenomeno della "prova costume" attanaglia gran parte della popolazione femminile alle prime luci di giugno. Ecco che le pubblicità di yogurt, cereali, bevande, non fanno altro che ricordarti l'arrivo dell'estate, insieme ai corpi stupendi delle modelle delle aziende di costumi. La domanda che incombe è: come avere un corpo da bikini?



Beh, semplicemente indossandolo.



Ecco la risposta tutta americana che, da piccola eco della scorsa estate, si è trasformata quest'anno in una vera moda, un'attitude che porta con sè un sigillo, il fatkini.




  
Il fatkini è un costume a due pezzi che celebra le taglie curvy, divenuto famoso soprattutto quando Gabi Fresh, styleblogger, lo ha indossato incoraggiando le donne oversize a non vergognarsi delle proprie forme, e ne ha creato una collezione con il sito Swimsuits For All.


La fama dell'iniziativa ha fatto sì che molte ragazze riuscissero finalmente a mettersi in mostra col loro fisico senza subire l'imbarazzo delle reazioni esterne.






"Thick or thin I love myself."
"Oh, no worries. I'll just be over here, wearing stuff you think I shouldn't." 

Applausi.






Recente è il caso di Sam Newman, una ragazza sovrappeso che ha accusato Instagram di "size discrimination" per aver cancellato delle sue foto in abbigliamento intimo: “Le mie foto non si adattano alla loro idea di normalità”.
Che Instagram adotti una politica dubbia sulla fisicità e propenda a censurare foto del genere piuttosto che immagini legate ad autolesionismo o disturbi alimentari, ne avevo già parlato qui.



Ad ogni modo, è importante che le persone sovrappeso, almeno fuori dall'Italia, stiano riuscendo a liberarsi dalla paura della gente, dei loro pregiudizi estetici e di quella percezione culturale che decide cosa è bello da cosa non lo è.
Lo ha spiegato molto bene la blogger Jenny Trout, che sul suo blog e su HuffPost Women, ha pubblicato un articolo dal titolo: "I wore a bikini and nothing happened", inserendo una sua foto in costume.
  
"As a society, we need to be more honest in our discussions of other's bodies. If we can't avoid those totally unnecessary conversations, then we should at least admit the truth to ourselves: That this has nothing to do with health, and everything to do with the control we believe is our right to exert over others."





"Come società, abbiamo bisogno di essere più onesti nei nostri discorsi sui corpi degli altri. Se non possiamo evitare quelle conversazioni totalmente inutili, allora dovremmo almeno ammettere la verità a noi stessi: che questo non ha nulla a che fare con la salute, e tutto ha a che fare con il controllo che crediamo sia nostro diritto esercitare sugli altri."



 

mercoledì 18 giugno 2014

Morale e denaro: la contraddizione del Moige

Si è svolta ieri presso la cerimonia di consegna del “Premio Conchiglia Moige”, il riconoscimento tutto italiano per programmi e spot che vengono definiti "family friendly", perchè adatti per tutta la famiglia e, soprattutto, per i minori.Il premio quest'anno è stato assegnato a 8 fiction, 6 programmi di intratte nimento, 4 per ragazzi e 9 spot.
Tra i vincitori hanno ritirato il premio anche i conduttori Carla Gozzi e Enzo Miccio e la Vice Presidente Content and Programming di Discovery Italia Laura Carafoli, per il reality “Ma come ti vesti”, di Real time.
La motivazione? “Per aver insegnato a valorizzare il proprio aspetto fisico utilizzando poche risorse a disposizione, parlando più di stile che di moda, nel rispetto della propria personalità, trasmettendo buon gusto e piacere di guardarsi da un altro punto di vista”.

Scopro inoltre che è il terzo anno consecutivo che questa rete si aggiudica il premio.
“Siamo felici e onorati, anche quest’anno, di ricevere l’importante riconoscimento del Moige perché è in linea con gli obiettivi editoriali del nostro gruppo, Discovery Italia. In particolare con il canale Real Time – 8° canale nazionale - da sempre siamo molto attenti a proporre programmi di qualità e adatti ad una visione familiare. Inoltre, il genere di cui siamo stati pionieri, il factual entertainment, è amatissimo dal pubblico di tutte le età”. (L.Carafoli)

Il factual entertainment, per la Vice Presidente, è dato dall'intrattenimento ispirato alle attività di tutti i giorni e dalla cosidetta "aspirazionalità accessibile", con l'offerta di contenuti come "la casa perfetta, il matrimonio dei sogni, il guardaroba ideale".
Che il canale abbia sempre veicolato l'idea della donna omologata con i tratti della perfetta donnina di casa, maniaca dello shopping compulsivo, è risaputo, come anche il pericolo che ciò possa essere impronta diseducativa nel caso di un programma per bambine come "Guardaroba perfetto kids&teens"(della cui storia e petizione rinvio). 

Ciò di cui mi stupisco è invece il Moige, Movimento Italiano Genitori, e non perchè sia fan del movimento che spesso - a ragion veduta - viene criticato per l'atteggiamento troppo bigotto e censorio.
Ciò che mi sembra strano è aver ricevuto, in occasione della petizione di cui sopra, da Elisabetta Scala (Vice Presidente e responsabile dell’Osservatorio Media del Moige) una mail di risposta, dove si consideravano "opportune" le mie osservazioni sul programma, con relativo monitoraggio comunicato via Twitter.



Mi chiedo: come si può, "per opportune considerazioni", monitorare un programma e premiare allo stesso tempo chi l'ha messo in onda?

Le critiche sulla effettiva imparzialità del movimento non si arrestano quando esso stesso ha aziende che contribuiscono economicamente come partner per le loro campagne.
L'ultima tra tutte, "Sos tabacco minori", campagna di sensibilizzazione sul problema del contrabbando di sigarette, è finanziata da Philip Morris, BAT, Japan Tobacco e FIT, Federazione Italiana Tabaccai, ed ha ricevuto aspre obiezioni da Giacomo Mangiaracina (direttore scientifico dell’Area Tabagismo della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e presidente dell’Agenzia Nazionale per la Prevenzione), proprio per la contraddizione insita nelle loro iniziative.
"Sono prive di efficacia, condannate dalla comunità scientifica e in grado di promuove subdolamente il friendly marketing, ovvero un'immagine amichevole del fabbricante e del venditore di tabacco. E' come dire a un pedofilo di fare educazione sessuale nelle scuole."

Morale o denaro? Questo è il dilemma. 
Insomma Moige, da che parte stai?

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